In occasione della Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie, che si celebra il 21 marzo, gli studenti delle classi IV dei Licei Artistico e delle Scienze Umane – Economico Sociale, hanno realizzato una “lettura ad alta voce” che hanno presentato a tutte le classi dei nostri
Licei.
La lettura è stata ispirata dal romanzo di Alessandro D’Avenia “Ciò che inferno non è” e ha rappresentato un momento importante per i nostri ragazzi, che hanno riflettuto e sentito una tematica profonda, dove l’orrore, la violenza e la disperazione, o una strada malavitosa che pare sia già stata scritta, possono prendere percorsi differenti, fatti di vita, speranza e giustizia.
Hanno scoperto e ricordato storie di vita di loro coetanei nati e cresciuti in contesti mafiosi e depressi, di persone che hanno fatto la storia della lotta alla mafia come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Don Pino Puglisi.
E proprio a Don Pino Puglisi i ragazzi hanno dedicato una buona parte della lettura, di cui vi proponiamo un estratto, preso anche dal romanzo di D’Avenia:
Don Pino Puglisi era un uomo di fede che ha sfidato la mafia a viso aperto. Nato a Palermo nel 1937, ha dedicato la sua esistenza ai più deboli, ai ragazzi delle periferie abbandonate, a chi sembrava destinato a un futuro già scritto di violenza e criminalità.
Il suo campo di battaglia era il quartiere di Brancaccio, un luogo soffocato dal controllo mafioso, dove la legge dell’omertà imponeva il silenzio e la rassegnazione.
Ma Don Puglisi non si è mai piegato. Con il sorriso e con le parole, con l’educazione e l’amore, ha strappato i giovani dalle mani di Cosa Nostra, offrendo loro un’alternativa: la speranza. Fondò il centro “Padre Nostro”, uno spazio di accoglienza e crescita, dove ai bambini non veniva insegnata la paura, ma la possibilità di scegliere un futuro diverso.
Da CIÒ CHE INFERNO NON È / Seconda parte – cap. 31
Lo aspettano con due macchine, le braccia penzolano fuori a lasciar svaporare il fumo e cadere la cenere, una coppia in una e una di appoggio nell’altra. I due che non guidano scendono contemporaneamente. Ormai vicino al portone, don Pino cerca nel borsello le chiavi, ma non fa in tempo ad aprire.
Un uomo che non ha mai visto gli sbarra la strada. Sta per chiedergli se gli serve qualcosa, ma quello lo precede. «Parri’, questa è una rapina!» «Me l’aspettavo.» Gli sorride, don Pino.
Il Cacciatore, che intanto si è portato al suo fianco, gli spara da venti centimetri come l’ultimo dei traditori, che non ha il coraggio di guardare in faccia l’avversario. Ma quella posizione di tre quarti gli basta a vedere il sorriso.
Le ultime parole di un uomo sono ciò che conta. Sono il sigillo della sua vita.
Lui dice: “Me l’aspettavo”
Lui dice che era pronto, alle 20.40 del 15 settembre 1993. E sorride.
Questa è l’ultima parola. Aspettava la morte.
L’aspettava come chi va a un appuntamento o riceve una visita a lungo attesa.
Lui muore con un sorriso.
E non vede i suoi due assassini ma due figli: li aspettava, con un sorriso, come un padre che corre incontro al figlio lontano da tempo.
Vede attraverso di loro, vede oltre loro. E in quello sguardo loro vedono sé stessi com’erano da bambini, il Cacciatore aveva un altro soprannome: Ricciolino. Era il nomignolo con cui lo chiamava sua madre.
Quel sorriso lo riporta lì, quel sorriso gli dice: non sai quel che fai, tu sei altro. Quel sorriso è il castigo peggiore che possa capitare a un assassino, e il Cacciatore non potrà più dormire la notte. Ci sono delitti che cercano i loro castighi e finiscono col trovare solo il loro perdono.
…Contro ogni inferno
solo vince l’amore
