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Lettera di un Preside

«Mai come in questi ultimi giorni di scuola, nei quali siamo stati fianco a fianco con i nostri ragazzi nel far festa e nel raccontarci quanto accaduto in un anno davvero difficile, è risultato così evidente, da un lato, lo smarrimento e la confusione che l’isolamento sociale ha prodotto in ciascuno di noi e maggior ragione nei ragazzi, e dall’altro, la grande voglia di comunicare, mi verrebbe da dire di “gridare”, che è rimasta in loro. Gridare per dire chi sono e che non sono riducibili ad un numero o a stereotipi predefiniti, come una certa cultura di massa vorrebbe ridurli.
Come educatore e come padre, riconosco che è proprio in momenti come questi, nei quali i ragazzi si raccontano per quello che sono, potremo dire “vuotano il sacco” e riacquistano il gusto del rapporto tra loro e con gli adulti; è proprio in questi frangenti, che dobbiamo sapere raccogliere tutte le loro fragilità e le loro provocazioni, raccoglierle come elementi che si intrecciano in un tutt’uno con lo straordinario potenziale di cui sono portatori. Raccoglierle per saperle valorizzare e saperle trasformare in punti di forza.
Tra un canto e un ballo, una partita a pallavolo ed una nuotata, un film ed uno spuntino, con la leggerezza e la lievità, di cui a volte sono capaci solo gli adolescenti, sono emerse grandi questioni e domande cruciali quali ad esempio, la perdita di fiducia nel mondo degli adulti, di adulti che gli stanno consegnando un mondo privo di senso e di stimoli per vivere, la difficoltà di sentirsi parte di una comunità e di una comunità che è tale nel volere il loro bene e nell’accoglierli per quello che sono. O ancora, cosa significa oggi essere uomini e donne e sentire il desiderio di essere chiamati alla vocazione di fare una famiglia, quale sia il senso del dolore e delle grandi ingiustizie che attanagliano il nostro mondo.
Quale futuro gli attende e se oggi abbia ancora senso domandarsi “cosa farò da grande”. E di certo non ultima, cosa fare della mia libertà e del desiderio di felicità che abbiamo nel cuore.
Ritengo che la scuola non possa fare un passo indietro e tanto meno, prendere le distanze, rispetto a queste domande, che spesso il mondo degli adulti o ha censurato o vuole relegato a mode da imitare o a slogan da ripetere. Vogliamo ragazzi che pensino con la loro testa e per fare questo dobbiamo stare davanti a loro con la forza e a volte con la fatica, di essere “maestri“ e di saper comunicare la bellezza del vivere. A maggior ragione, all’interno di un’esperienza cristiana qual è quella presente nella nostra scuola, quale dono sia sentirsi figli di un Padre misericordioso a cui potere appartenere giorno per giorno, nonostante tutta la nostra fragilità, anzi mi verrebbe da dire, proprio per tutta la nostra fragilità.
Ai ragazzi dico sempre che nulla di quello che loro fanno potrà diventare un’obiezione al nostro rapporto con loro, ma anzi, come noi accettiamo le provocazioni che loro ci lanciano, anche loro devono saper stare al gioco e prendere sul serio il gusto del vivere con il quale li “sfidiamo quotidianamente”.
Non sembri strano dire questo alla fine di un anno scolastico così difficile, ma il portarci dentro queste domande renderà l’estate carica del desiderio di ripartire l’anno prossimo con progetti, iniziative ed un fare scuola che partano proprio dalle grandi questioni della vita, Perché come educatori in tutto possiamo sbagliare, ma mai dovremmo tradire il grande desiderio che c’è in ciascuno dei nostri ragazzi di diventare uomini e donne protagonisti della propria vita.»

     Domodossola 19 Giugno

    Carlo Teruzzi                     

 

 

 

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